NEW YORK - La campionessa di atletica leggera Marion Jones ammette, in un tribunale di New York, di essere colpevole di due diversi reati legati all'assunzione di steroidi per migliorare le sue prestazioni. Quando esce dall'aula la Pantera Nera, tailleur nero e camicia bianca, accompagnata dalla madre, annuncia anche il suo ritiro dall'atletica leggera.
Si sgretola così in una anonima aula di giustizia il mito di Marion Jones, bella, brava, veloce, 178 centimetri di muscoli meticci, americani - è nata a Los Angeles nel 1975 - e belisiani (i genitori sono del Belize) - che sono corso sugli anelli degli stadi di atletica più veloci di sempre vincendo tutto quello che c'era da vincere, tra cui tre ori e due bronzi olimpici. Finisce una storia che è stata molto bella, come molto bella è la protagonista, ma su cui da anni - almeno dal 2002 - pesano sospetti e accuse e il vento maligno e devastante della diceria. Niente è mai stato dimostrato e nel maggio 2006, a 31 anni, la pantera nera si ripresenta in pista e vince i 100 al meeting di Xalapa.
La confessione - Avanti così, tra sospetti e riscosse, tra sogni spezzati e speranze ritrovate. Fino a questa mattina quando nell'aula della cittadina di White Plains, stato di New York, la star dell'atletica ha ammesso di aver fatto uso di steroidi. La Jones ha riconosciuto di aver mentito agli investigatori federali sull'uso di steroidi prima delle Olimpiadi del 2000 dove conquistò cinque medaglie, che ora rischia di perdere, e in un'altra inchiesta per frode. La notizia era stata anticipata dal Wahington Post che riferiva ieri di una lettera della Jones a un amico. In realtà si trattava della sua confessione.
L'America tradita dal suo mito - Per l'America è la fine di un mito. Una notizia che rattrista. Anche il presidente Bush ci tiene far conoscere la sua delusione. L'atleta, che rischia di perdere anche le medaglie olimpiche vinte a Sidney nel 2000, aveva già ammesso in passato di aver cominciato nel 1999 ad assumere sostanze: gliele dava il suo allenatore Trevor Graham parlando di proteine e integratori; solo nel 2002 aveva scoperto che si trattava di prodotti vietati.
Al suo arrivo al tribunale di White Plains la Jones ha dovuto dare le impronte digitali agli agenti federali e sottoporsi alla procedura di incriminazione. Poi l'ammissione di aver vinto quelle medaglie con l'inganno. "E' la distruzione di una leggenda - ha affermato Dick Pound, presidente dell'Agenzia mondiale antidoping e membro Cio - E' un fatto molto triste. Ma c'è anche la speranza che ciò che è accaduto a Marion Jones segni la fine di un'epoca di mele marce e sia una lezione per le nuove generazioni di atleti".
Nella lettera anticipata dal Post, la Jones spiegava a familiari ed amici cosa avrebbe detto all'indomani, cioè stamani, davanti al giudice. L'atleta ha ammesso di avere mentito agli agenti federali che l'avevano interrogata nel 2003 mostrandole una confezione identica a quelle da lei ricevute dal suo tecnico. Solo nel 2002, quando ha lasciato Graham, ha capito la verità sulle sostanze assunte. "Avrei dovuto capirlo prima, dai mutamenti nel mio organismo e da altri segnali - scrive nella lettera - ma ho messo le cose insieme solo nel 2002".
